Il tuo sito continua a comparire su Google, ma riceve meno visite rispetto al passato? Il problema potrebbe non dipendere da una penalizzazione o da un errore tecnico. Il modo in cui le persone cercano informazioni sta cambiando: sempre più risposte vengono visualizzate direttamente nei motori di ricerca o generate da strumenti basati sull’intelligenza artificiale.

Questo fenomeno sta riducendo il numero di utenti che aprono i risultati organici, con conseguenze evidenti per blog, portali editoriali, siti aziendali ed e-commerce. La SEO non è finita, ma deve adattarsi a un contesto nel quale essere visibili non garantisce più automaticamente una visita.

Perché il traffico organico sta diminuendo?

Per molti anni il funzionamento della ricerca online è stato lineare: l’utente inseriva una domanda, Google mostrava un elenco di risultati e la persona apriva uno o più siti per trovare la risposta.

Oggi la pagina dei risultati contiene molti più elementi:

  • AI Overview e risposte generate dall’intelligenza artificiale;
  • featured snippet;
  • Knowledge Panel;
  • video e immagini;
  • mappe e risultati locali;
  • schede di prodotti e annunci sponsorizzati;
  • domande correlate con risposte espandibili.

L’utente può quindi ottenere le informazioni necessarie senza visitare il sito che le ha pubblicate. È il cosiddetto fenomeno delle ricerche zero-click.

Come gli AI Overview modificano i clic su Google

Gli AI Overview raccolgono informazioni provenienti da più fonti e presentano una risposta sintetica direttamente sopra o all’interno dei risultati tradizionali. Questa funzione è utile per l’utente, ma può ridurre il tasso di clic verso le pagine posizionate organicamente.

Una ricerca del Pew Research Center condotta su circa 69.000 ricerche Google ha rilevato che, quando appare una sintesi generata dall’AI, gli utenti aprono un risultato tradizionale nell’8% delle sessioni. In assenza della sintesi, la percentuale rilevata sale al 15%.

Essere citati nella risposta AI può aumentare la visibilità del marchio, ma non garantisce l’accesso al sito. Secondo la stessa analisi, i collegamenti presenti nelle sintesi AI vengono aperti soltanto in una piccola parte delle sessioni.

Il calo delle visite non significa sempre perdita di posizionamento

Quando diminuisce il traffico, la prima reazione è spesso pensare a una penalizzazione. Prima di arrivare a questa conclusione bisogna confrontare impressioni, posizione media e clic in Google Search Console.

Se le impressioni e le posizioni restano relativamente stabili, mentre clic e CTR diminuiscono, il sito potrebbe essere interessato da un cambiamento nella pagina dei risultati o nelle abitudini degli utenti.

Se invece calano contemporaneamente impressioni e posizioni, è necessario verificare anche altre possibili cause:

  • problemi di indicizzazione;
  • modifiche agli URL o ai collegamenti permanenti;
  • contenuti diventati obsoleti;
  • maggiore concorrenza;
  • errori nei canonical o nelle direttive robots;
  • peggioramento delle prestazioni e dei Core Web Vitals;
  • aggiornamenti degli algoritmi di ricerca.

Quali contenuti rischiano di perdere più clic?

I contenuti maggiormente esposti sono quelli che rispondono a domande semplici e possono essere sintetizzati in poche righe. Definizioni, conversioni, date, istruzioni elementari e risposte brevi possono essere riprodotte facilmente nella pagina di ricerca.

Sono più difficili da sostituire, invece, i contenuti che offrono un valore concreto e non completamente riassumibile:

  • prove ed esperienze dirette;
  • strumenti interattivi e configuratori;
  • ricerche proprietarie e dati originali;
  • confronti approfonditi;
  • opinioni motivate da esperienza professionale;
  • guide accompagnate da esempi reali;
  • servizi, prodotti e assistenza personalizzata.

SEO e GEO: qual è la differenza?

La SEO mira a migliorare la presenza di un sito nei risultati dei motori di ricerca. La Generative Engine Optimization, spesso abbreviata in GEO, cerca invece di rendere i contenuti facilmente comprensibili, verificabili e citabili dai sistemi di intelligenza artificiale.

Le due attività non devono essere considerate alternative. Un sito continua ad avere bisogno di una corretta indicizzazione, buone prestazioni, contenuti utili, collegamenti interni e autorevolezza. A questi elementi bisogna aggiungere una struttura capace di comunicare bene anche con i motori generativi.

Come rendere un contenuto più utile e citabile

Un articolo destinato al nuovo ecosistema della ricerca dovrebbe offrire subito una risposta chiara, per poi svilupparla con dati, esempi e approfondimenti.

È consigliabile:

  1. utilizzare titoli che anticipino chiaramente l’argomento della sezione;
  2. scrivere paragrafi brevi e concentrati su una singola domanda;
  3. citare fonti riconoscibili e aggiornate;
  4. indicare autore, data di pubblicazione e data dell’ultimo aggiornamento;
  5. aggiungere tabelle, elenchi e confronti quando migliorano la comprensione;
  6. usare dati strutturati coerenti con il contenuto realmente visibile;
  7. inserire esperienze, fotografie, test e informazioni originali;
  8. collegare l’articolo ad altre risorse autorevoli presenti sul sito.

Il semplice utilizzo di Schema.org non assicura la citazione nelle risposte AI, ma aiuta i sistemi automatici a interpretare correttamente entità, prodotti, organizzazioni, autori e relazioni tra i contenuti.

Non misurare soltanto le visite

Il traffico rimane importante, ma non può più essere l’unico indicatore. Un sito potrebbe ricevere meno utenti e, nello stesso tempo, intercettare persone più vicine all’acquisto o alla richiesta di contatto.

Conviene monitorare anche:

  • CTR delle singole query;
  • richieste di preventivo;
  • telefonate e contatti WhatsApp;
  • iscrizioni alla newsletter;
  • aggiunte al carrello e vendite;
  • ricerche contenenti il nome del marchio;
  • citazioni e collegamenti ricevuti da altri siti;
  • visite provenienti da ChatGPT, Gemini, Perplexity e altri assistenti.

Il valore reale non è generare il maggior numero possibile di sessioni, ma trasformare la visibilità in relazioni, contatti e vendite.

Come ridurre la dipendenza da Google

Affidare quasi tutto il traffico a un solo canale espone il progetto a cambiamenti che non possono essere controllati. Per questo è necessario costruire un pubblico raggiungibile anche direttamente.

Una strategia più solida può comprendere newsletter, notifiche, community, canali video, social network, campagne pubblicitarie, partnership e contenuti capaci di rafforzare le ricerche del brand.

Per un e-commerce sono particolarmente importanti la fidelizzazione, il recupero dei clienti già acquisiti, le recensioni, le email successive all’acquisto e un catalogo con informazioni che vadano oltre quelle fornite dai produttori.

Cosa fare subito se il traffico del sito sta calando

Il primo passo consiste nel confrontare gli ultimi mesi con lo stesso periodo dell’anno precedente, distinguendo pagine, query, dispositivi e Paesi. Successivamente bisogna identificare quali contenuti hanno perso clic e verificare manualmente come sono cambiate le relative pagine dei risultati.

Le attività prioritarie sono:

  1. escludere errori tecnici e problemi di indicizzazione;
  2. aggiornare gli articoli che continuano a ricevere impressioni ma hanno perso CTR;
  3. migliorare titoli e descrizioni senza utilizzare promesse ingannevoli;
  4. aggiungere informazioni originali che una risposta automatica non possa sostituire;
  5. rafforzare autore, fonti e competenza dimostrabile;
  6. creare percorsi che trasformino il lettore in iscritto, cliente o contatto;
  7. diversificare progressivamente le sorgenti di acquisizione.

La SEO non scompare, ma cambia obiettivo

La crisi dei clic non indica la fine dei siti web. Segnala piuttosto la conclusione di un modello basato esclusivamente sulla produzione di contenuti generici per intercettare parole chiave.

Nel nuovo scenario sarà premiato chi possiede un’identità riconoscibile, pubblica informazioni verificabili e offre qualcosa che non può essere completamente consumato nella pagina dei risultati. La strategia deve quindi unire SEO tecnica, contenuti originali, autorevolezza del marchio, ottimizzazione per i sistemi generativi e capacità di convertire ogni visita in un rapporto diretto con l’utente.

ChatGPT starebbe modificando profondamente il modo in cui ricerca e seleziona le informazioni disponibili online. Secondo un’analisi pubblicata da Xpert.Digital, tra il 16 e il 20 agosto 2026 OpenAI avrebbe introdotto una nuova architettura di ricerca senza comunicarla attraverso un annuncio pubblico dettagliato.

Non si tratterebbe semplicemente di un aggiornamento del modello, ma di una trasformazione del sistema utilizzato per individuare fonti, confrontare informazioni e presentare i risultati agli utenti. Le novità potrebbero avere conseguenze importanti per siti web, attività locali, e-commerce, editori e professionisti che lavorano con SEO e Generative Engine Optimization, conosciuta anche come GEO.

Come sarebbe cambiata la ricerca di ChatGPT

In precedenza, le interrogazioni interne di ChatGPT apparivano strutturate in formato JSON e utilizzavano comandi simili agli operatori della ricerca tradizionale. L’analisi segnala adesso la comparsa di una sintassi più compatta, organizzata mediante campi separati.

Una ricerca potrebbe contenere il tipo di canale da utilizzare, la frase da cercare, il periodo temporale da considerare e il dominio da consultare. Questa struttura permetterebbe al sistema di scegliere in maniera più precisa dove cercare e quanto debbano essere recenti le informazioni.

È importante precisare che si tratta di osservazioni effettuate sul comportamento tecnico della piattaforma e non di funzionalità illustrate in un comunicato ufficiale di OpenAI. Il funzionamento potrebbe quindi essere ancora sperimentale o cambiare ulteriormente.

La freschezza dei contenuti diventa determinante

Uno degli elementi più interessanti riguarda le finestre temporali applicate alle ricerche. ChatGPT sembrerebbe attribuire una durata differente alla validità delle informazioni in base all’argomento trattato.

  • Per quotazioni finanziarie e dati di mercato potrebbero essere considerate informazioni degli ultimi due giorni.
  • Per risultati e notizie sportive la finestra potrebbe arrivare a sette giorni.
  • Per prodotti, prezzi e abbonamenti software verrebbero utilizzati generalmente gli ultimi 30 giorni.
  • Per rapporti aziendali e informazioni commerciali il periodo potrebbe estendersi a 90 giorni.
  • Per opinioni, attività locali e contenuti meno soggetti a variazioni potrebbero essere consultati dati vecchi di uno, cinque o persino dieci anni.

Questo sistema rende l’aggiornamento sostanziale dei contenuti ancora più importante. Cambiare soltanto una data o correggere piccoli errori difficilmente sarà sufficiente: per conservare rilevanza serviranno informazioni nuove, verificabili e realmente utili.

Non esiste più un solo motore di ricerca

La ricerca di ChatGPT sembrerebbe essere suddivisa in diversi canali specializzati. Il sistema potrebbe scegliere automaticamente lo strumento più adatto in base all’intenzione espressa dall’utente.

Il canale generalista continuerebbe a occuparsi delle normali ricerche sul web. Un canale dedicato ai prodotti potrebbe invece consultare cataloghi strutturati, mentre quello riservato alle attività commerciali utilizzerebbe dati geografici, mappe, directory e informazioni locali.

Sarebbero inoltre presenti una ricerca specifica per le immagini e un sistema capace di generare elementi interattivi direttamente nella conversazione, come grafici finanziari, calendari e risultati sportivi.

Per le imprese ciò significa che la visibilità non dipenderà esclusivamente dalle pagine indicizzate nei motori di ricerca. Un negozio dovrà mantenere aggiornati cataloghi, prezzi e disponibilità; un’attività locale dovrà curare mappe, indirizzi, recensioni e directory; un editore dovrà pubblicare dati tempestivi e chiaramente strutturati.

Più importanza ai siti ufficiali dei marchi

La nuova architettura includerebbe anche un campo riservato al dominio. ChatGPT potrebbe riconoscere automaticamente il sito ufficiale di un marchio e interrogarlo direttamente quando deve verificare caratteristiche, prezzi, documentazione o altre informazioni.

Questo comportamento favorisce i domini autorevoli e facilmente riconoscibili. Diventa quindi essenziale presentare chiaramente il nome dell’azienda, mantenere coerenti le informazioni pubblicate sui diversi canali e costruire nel tempo un’identità digitale riconoscibile.

Le aziende più giovani potrebbero incontrare maggiori difficoltà se il sistema non ha ancora stabilito un collegamento affidabile tra il marchio e il relativo dominio. Dati strutturati, citazioni autorevoli, profili verificati e una comunicazione coerente possono contribuire a rafforzare questa associazione.

Il nuovo ruolo di Reddit nelle risposte di ChatGPT

L’analisi dedica particolare attenzione a Reddit. La piattaforma continuerebbe a essere consultata frequentemente per individuare opinioni, esperienze e valutazioni degli utenti, ma comparirebbe molto meno tra le fonti visibili nelle risposte finali.

In alcuni casi ChatGPT utilizzerebbe discussioni pubblicate durante un periodo molto ampio: fino a 365 giorni per determinate ricerche sui prodotti e fino a dieci anni per alcune interrogazioni locali. Reddit diventerebbe così una sorta di filtro invisibile con cui verificare la reputazione di aziende e prodotti.

I dati riportati indicano che la quota di Reddit tra le citazioni visibili sarebbe scesa da una media del 3,83% allo 0,52%, con una riduzione di circa l’86%. La piattaforma, tuttavia, continuerebbe a essere analizzata dietro le quinte.

Questa dinamica riduce l’efficacia delle campagne costruite con account temporanei e commenti promozionali artificiali. Una reputazione autentica, sviluppata attraverso discussioni spontanee e distribuite nel tempo, potrebbe acquisire maggiore valore rispetto a una grande quantità di menzioni recenti.

Widget interattivi e diminuzione dei clic

Un altro cambiamento riguarda la presentazione dei risultati. Per alcune domande ChatGPT può mostrare direttamente grafici, schede, calendari o altri strumenti interattivi. L’utente riceve così ciò che cerca senza dover necessariamente visitare un sito esterno.

Per editori, portali finanziari e siti sportivi questa evoluzione potrebbe provocare una diminuzione del traffico proveniente dalle piattaforme di intelligenza artificiale. Le fonti continuano a fornire i dati, ma il collegamento cliccabile rischia di diventare meno evidente o di scomparire dall’interfaccia.

Il fenomeno ricorda le ricerche senza clic già diffuse su Google, ma con un livello di interazione superiore. ChatGPT non offre soltanto un riepilogo: può trasformare le informazioni raccolte in uno strumento utilizzabile direttamente nella conversazione.

Come preparare un sito alle nuove regole GEO

Non esiste una tecnica capace di garantire la presenza nelle risposte dell’intelligenza artificiale. Le osservazioni disponibili suggeriscono però alcune attività utili:

  • aggiornare realmente le pagine che contengono prezzi, statistiche e informazioni soggette a variazioni;
  • indicare chiaramente date di pubblicazione e aggiornamento;
  • rendere riconoscibile il sito ufficiale dell’azienda;
  • utilizzare dati strutturati corretti per prodotti, organizzazioni, attività locali e articoli;
  • mantenere coerenti indirizzi, recapiti e informazioni aziendali;
  • curare cataloghi, mappe, directory e piattaforme di recensioni;
  • costruire una reputazione autentica nelle community;
  • pubblicare contenuti originali basati su esperienza, dati e competenze verificabili.

SEO e GEO dovranno lavorare insieme

La SEO tradizionale non è destinata a scomparire, ma dovrà integrarsi con strategie pensate per i sistemi di intelligenza artificiale. Essere ben posizionati su Google potrebbe non essere più sufficiente se un sito non viene riconosciuto come fonte attendibile dai modelli generativi.

Allo stesso tempo, inseguire presunti trucchi per ottenere citazioni da ChatGPT rappresenta una strategia fragile. L’infrastruttura può cambiare rapidamente e rendere inutili tecniche che sembravano efficaci soltanto poche settimane prima.

La soluzione più solida rimane costruire un sito tecnicamente accessibile, autorevole e aggiornato, accompagnato da una presenza digitale coerente. L’obiettivo non deve essere soltanto ottenere un collegamento, ma diventare una fonte che i sistemi possano riconoscere, consultare e verificare nel tempo.

Fonte dell’analisi: Xpert.Digital. Le modifiche descritte derivano da osservazioni indipendenti e potrebbero non rappresentare funzionalità ufficialmente confermate da OpenAI.

Google chiude un’era: arriva Gemini

Dopo quasi dieci anni di servizio, Google Assistant si prepara a lasciare definitivamente il posto a Gemini. Google ha confermato che dal 4 settembre 2026 l’assistente vocale storico verrà progressivamente rimosso dai dispositivi Android compatibili, diventando parte integrante della nuova strategia basata sull’intelligenza artificiale generativa.

Gli utenti stanno già ricevendo una comunicazione ufficiale via email che anticipa il cambiamento. Continuando a pronunciare il classico comando “Ok Google”, non sarà più Google Assistant a rispondere, ma Gemini.

Cosa cambia per gli utenti

Il nuovo assistente non si limiterà ad eseguire semplici comandi vocali come impostare una sveglia o inviare un messaggio. Gemini introduce capacità conversazionali molto più evolute, comprendendo il contesto, mantenendo memoria della conversazione e integrandosi profondamente con le applicazioni Google.

  • Conversazioni naturali e contestuali.
  • Comprensione di richieste complesse.
  • Integrazione con Gmail, Maps, Calendar e Workspace.
  • Supporto multimodale con testo, voce e immagini.
  • Maggiore produttività grazie all’intelligenza artificiale generativa.

Quali dispositivi saranno interessati

La sostituzione riguarda smartphone Android, tablet, smartwatch Wear OS, cuffie compatibili e Android Auto collegato allo smartphone. Per il momento rimangono esclusi Google Home, Google Nest, Google TV e le auto con Google Built-in, dove Assistant continuerà a funzionare fino a un futuro aggiornamento.

Perché Google punta tutto su Gemini

La concorrenza con ChatGPT, Microsoft Copilot e gli altri assistenti AI ha accelerato la trasformazione dell’ecosistema Google. Gemini rappresenta il nuovo centro della strategia dell’azienda, con un’intelligenza artificiale progettata non solo per rispondere alle domande ma anche per assistere gli utenti nello studio, nel lavoro, nella scrittura, nella programmazione e nella ricerca di informazioni.

Una svolta per Android

L’addio a Google Assistant segna la fine di uno degli strumenti più iconici dell’universo Android. La nuova generazione di assistenti punta su modelli linguistici avanzati capaci di comprendere il contesto, ragionare e interagire in maniera sempre più naturale. Per milioni di utenti sarà uno dei cambiamenti più importanti introdotti da Google negli ultimi anni.

Google continua a sviluppare nuove funzionalità per Gemini Live, la modalità conversazionale del proprio assistente basato sull’intelligenza artificiale. Secondo quanto emerso analizzando la versione beta dell’app Google, gli sviluppatori stanno lavorando a una funzione molto richiesta: la possibilità di allegare file direttamente durante una conversazione Live.

Gemini Live diventa ancora più completo

Attualmente Gemini Live permette di interagire in tempo reale con l’assistente condividendo la fotocamera o lo schermo dello smartphone, rendendo l’esperienza molto più naturale rispetto a una classica chat testuale.

La nuova implementazione dovrebbe introdurre un pulsante + nella barra degli strumenti che consentirà di allegare:

  • foto;
  • documenti;
  • file archiviati su Google Drive;
  • altri contenuti utili da analizzare durante la conversazione.

In questo modo gli utenti potranno chiedere spiegazioni, riassunti, analisi o assistenza direttamente sui documenti condivisi senza interrompere la sessione Live.

Funzione ancora in fase di sviluppo

Le prime prove mostrano che il nuovo menu degli allegati è già presente nel codice dell’app, ma la funzione non è ancora completamente operativa. Al momento Gemini Live non riesce ancora a elaborare correttamente i file allegati, segno che Google sta ancora lavorando all’integrazione.

In arrivo anche una nuova interfaccia

Oltre al supporto agli allegati, Google starebbe preparando un piccolo restyling grafico dell’interfaccia di Gemini Live. Le modifiche sembrano seguire il nuovo linguaggio di design Neural Expressive, con elementi più moderni, pulsanti ridisegnati e una disposizione più intuitiva dei comandi.

Non è stata annunciata alcuna data ufficiale per il rilascio delle novità, ma la loro presenza nella beta lascia pensare che Google possa introdurle in uno dei prossimi aggiornamenti dell’app Google.

Un passo avanti per l’assistente AI

Se confermata, questa funzione renderà Gemini Live uno strumento ancora più utile per studio, lavoro e produttività, permettendo di discutere documenti, immagini e file senza uscire dalla conversazione. Una caratteristica che avvicina sempre di più l’assistente di Google a un vero collaboratore intelligente capace di comprendere il contesto fornito dall’utente.

Google Chrome si prepara a chiudere definitivamente la porta agli ultimi Ad Blocker basati su Manifest V2. Con le versioni Chrome 150 e Chrome 151, Google sta rimuovendo gli ultimi elementi di compatibilità che permettevano ad alcune estensioni storiche di continuare a funzionare nonostante la transizione verso Manifest V3.

La decisione rappresenta l’ultimo capitolo di un percorso iniziato diversi anni fa, quando Google annunciò l’intenzione di modernizzare il sistema delle estensioni di Chrome per migliorare sicurezza, prestazioni e gestione delle autorizzazioni.

Cos’è Manifest V3 e perché Google lo ha introdotto

Manifest V3 è il nuovo standard utilizzato da Google Chrome per le estensioni del browser.

Secondo Google, il nuovo sistema offre:

  • maggiore sicurezza;
  • minore consumo di memoria;
  • migliore gestione delle autorizzazioni;
  • riduzione del rischio di estensioni malevole;
  • prestazioni più elevate durante la navigazione.

Manifest V3 sostituisce alcune API utilizzate dalle estensioni Manifest V2, introducendo regole più rigide sul modo in cui le estensioni possono intercettare e modificare il traffico web. Proprio questa modifica ha generato le maggiori polemiche tra sviluppatori e utenti.

Perché molti Ad Blocker smetteranno di funzionare

Gli Ad Blocker più avanzati utilizzavano le funzionalità offerte da Manifest V2 per analizzare in tempo reale le richieste effettuate dal browser.

Con Manifest V3, Google Chrome limita queste possibilità e obbliga gli sviluppatori a utilizzare sistemi più rigidi basati su regole predefinite. Questo significa che alcuni strumenti storici potrebbero non funzionare più come in passato oppure perdere parte della loro efficacia.

Tra le estensioni maggiormente coinvolte troviamo:

  • uBlock Origin (versione classica);
  • vecchi Ad Blocker sviluppati per Manifest V2;
  • estensioni che utilizzano filtri dinamici avanzati.

Chrome 151: la fine definitiva delle scorciatoie

Negli ultimi mesi alcuni utenti erano riusciti a mantenere attive estensioni Manifest V2 sfruttando impostazioni sperimentali e vecchi flag interni di Chrome.

Con Chrome 150 e soprattutto Chrome 151, Google sta rimuovendo anche queste ultime possibilità. Gli sviluppatori di Chromium hanno confermato che il codice relativo a Manifest V2 verrà eliminato definitivamente dalle future versioni del browser.

In pratica:

  • le estensioni Manifest V2 non saranno più supportate;
  • gli utenti non potranno più riattivarle tramite flag;
  • Chrome utilizzerà esclusivamente estensioni compatibili con Manifest V3.

Google Chrome vuole più sicurezza o più pubblicità?

Una delle critiche più frequenti riguarda il possibile conflitto di interessi.

Google sostiene che Manifest V3 sia necessario per migliorare la sicurezza e ridurre il rischio di vulnerabilità legate alle vecchie estensioni. Alcuni utenti e sviluppatori, però, ritengono che limitare gli Ad Blocker favorisca indirettamente il business pubblicitario di Google.

La discussione continua da anni e rimane uno dei temi più dibattuti nel mondo dei browser.

Quali alternative hanno gli utenti di Chrome

Chi utilizza Google Chrome può comunque continuare a usare estensioni compatibili con Manifest V3.

Tra le soluzioni più diffuse troviamo:

  • uBlock Origin Lite;
  • AdGuard per Manifest V3;
  • Ghostery;
  • Adblock Plus aggiornato per Manifest V3.

Alcuni utenti stanno inoltre valutando browser alternativi che mantengono una maggiore compatibilità con sistemi di filtraggio più avanzati.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

Con l’arrivo delle nuove versioni di Google Chrome, il passaggio a Manifest V3 sarà ormai completo. Gli utenti che utilizzano ancora estensioni basate su Manifest V2 dovranno necessariamente migrare verso soluzioni aggiornate o scegliere browser che continuano a supportare tali tecnologie.

La scelta di Google segna una svolta importante per Chrome e per l’intero ecosistema delle estensioni. Nei prossimi mesi sarà possibile valutare se Manifest V3 riuscirà realmente a garantire il giusto equilibrio tra sicurezza, privacy e libertà degli utenti.

Google Chrome continua a evolversi e con Chrome 151 si conclude definitivamente l’era di Manifest V2. Per molti utenti si tratta di un cambiamento tecnico quasi invisibile, mentre per chi utilizza Ad Blocker avanzati rappresenta una vera rivoluzione. La sfida sarà capire se le nuove estensioni Manifest V3 riusciranno a offrire la stessa efficacia mantenendo gli standard di sicurezza richiesti da Google.

A volte i problemi più strani non dipendono dal sito web, dal gestionale o da un errore di programmazione, ma da una funzione del browser che lavora in automatico senza che ce ne accorgiamo. È il caso di un’anomalia curiosa che può comparire in alcuni moduli online: la dicitura “Cod. Fisc.”, cioè l’abbreviazione di Codice Fiscale, viene trasformata in modo errato in “codice commemorativo”.

Il risultato può creare confusione, soprattutto quando ci si trova davanti a un modulo di registrazione, una pagina di checkout, un’area cliente o un gestionale in cui bisogna inserire dati personali corretti. In realtà, nella maggior parte dei casi, il sito non è stato modificato e il campo non è sbagliato: è il browser che sta traducendo automaticamente la pagina in modo errato.

Perché “Cod. Fisc.” diventa “codice commemorativo”?

Il problema nasce quasi sempre dalla traduzione automatica attiva nel browser, ad esempio su Google Chrome, Microsoft Edge o Safari.

Quando il browser rileva una pagina che ritiene scritta in una lingua diversa, può proporre o applicare una traduzione automatica. In alcuni casi, però, interpreta male abbreviazioni, sigle o parole tecniche. La dicitura “Cod. Fisc.” può essere scambiata per un termine straniero o per una sigla da tradurre, generando una traduzione completamente fuori contesto.

È così che un normale campo “Codice Fiscale” può diventare, in modo assurdo, “codice commemorativo”.

Questo non significa che il sito sia stato hackerato, che il modulo sia rotto o che il dato richiesto sia diverso. È semplicemente un errore di interpretazione della traduzione automatica.

Dove può capitare questo errore

Questo problema può comparire in diverse situazioni, ad esempio:

  • moduli di registrazione;
  • pagine di pagamento o checkout;
  • aree riservate;
  • gestionali online;
  • siti multilingua;
  • pagine tradotte automaticamente dal browser;
  • form con abbreviazioni come “Cod. Fisc.”, “C.F.” o “P. IVA”.

Il problema è più evidente quando il browser prova a tradurre anche testi che dovrebbero restare invariati, come sigle, etichette dei campi o abbreviazioni amministrative italiane.

La soluzione immediata

Per risolvere subito il problema, basta disattivare la traduzione automatica sulla pagina oppure ripristinare la visualizzazione originale del sito.

Dopo questa operazione, la pagina verrà mostrata nella lingua originale e la dicitura corretta “Codice Fiscale” o “Cod. Fisc.” tornerà visibile.

Come risolvere su Google Chrome

Se stai usando Google Chrome da computer o smartphone, segui questi passaggi:

  1. Guarda nella barra degli indirizzi, in alto.
  2. Cerca l’icona della traduzione, spesso rappresentata da una piccola icona con una lettera o un simbolo legato alla lingua.
  3. Clicca o tocca l’icona.
  4. Seleziona “Mostra originale”.
  5. In alternativa, clicca sui tre puntini del menu della traduzione e scegli “Non tradurre mai questo sito”.

In questo modo Chrome smetterà di tradurre automaticamente quella pagina o quel sito e il campo tornerà a essere visualizzato correttamente.

Come risolvere su Microsoft Edge

Anche Microsoft Edge integra una funzione di traduzione automatica molto simile a quella di Chrome. Per disattivarla:

  1. Vai nella barra degli indirizzi.
  2. Cerca l’icona della traduzione, solitamente rappresentata da due fogli o da un simbolo con lettere.
  3. Clicca sull’icona.
  4. Scegli l’opzione per mostrare la pagina nella lingua originale.
  5. Se disponibile, seleziona anche l’opzione per non tradurre più quel sito.

Dopo il ripristino della lingua originale, la dicitura sbagliata “codice commemorativo” dovrebbe sparire.

Come risolvere su Safari da Mac, iPhone o iPad

Su Safari il problema può presentarsi soprattutto su iPhone e iPad, quando la traduzione automatica della pagina è attiva. Per tornare alla versione originale:

  1. Tocca l’icona “aA” nella barra degli indirizzi.
  2. Apri il menu delle opzioni della pagina.
  3. Seleziona “Mostra pagina originale”.
  4. Ricarica la pagina, se necessario.

Una volta disattivata la traduzione, Safari mostrerà nuovamente il testo corretto.

Il sito è davvero sbagliato?

Nella maggior parte dei casi, no. Se il campo viene visualizzato come “codice commemorativo” solo sul tuo dispositivo, ma su altri browser o computer appare correttamente come “Codice Fiscale”, allora il problema non è nel sito.

Per verificarlo puoi fare una prova semplice:

  • apri la stessa pagina in navigazione anonima;
  • prova con un altro browser;
  • disattiva la traduzione automatica;
  • controlla la pagina da smartphone e da computer;
  • chiedi a un’altra persona di aprire lo stesso link.

Se il testo cambia solo quando la traduzione è attiva, la causa è confermata.

Consiglio per chi gestisce un sito web

Se gestisci un sito, un e-commerce o un gestionale, questo problema può essere fastidioso perché l’utente potrebbe pensare che ci sia un errore nella pagina. Per ridurre il rischio, conviene evitare abbreviazioni troppo ambigue nei form.

Al posto di “Cod. Fisc.”, meglio usare direttamente:

Codice Fiscale

oppure:

Codice fiscale

Questa forma è più chiara per l’utente e meno esposta a traduzioni automatiche sbagliate.

Inoltre, se il sito è in italiano, può essere utile impostare correttamente l’attributo lingua nel codice HTML:

<html lang="it">

Questo aiuta il browser a capire che la pagina è già in italiano e riduce la probabilità che venga proposta una traduzione non necessaria.

Se vedi la scritta “codice commemorativo” al posto di “Codice Fiscale”, molto probabilmente non si tratta di un errore del sito, ma di una traduzione automatica sbagliata del browser.

La soluzione è semplice: disattiva la traduzione automatica oppure seleziona “Mostra originale” dal menu del browser.

Dopo il ripristino della lingua originale, la pagina tornerà a mostrare correttamente il campo Codice Fiscale e potrai completare il modulo senza confusione.

In caso di dubbi, la prima cosa da controllare è sempre il browser utilizzato: Chrome, Edge e Safari possono tradurre automaticamente le pagine e, a volte, interpretare male sigle e abbreviazioni italiane.

 

Se utilizzi Windows 11 da tempo, probabilmente ti sarà capitato almeno una volta di cercare un file, un programma o un’impostazione dal menu Start e ritrovarti davanti risultati provenienti dal web tramite Bing.

Una scelta che per anni ha fatto discutere gli utenti di Win 11, soprattutto quelli che desiderano utilizzare la ricerca del sistema operativo esclusivamente per trovare contenuti presenti sul proprio PC.

Adesso qualcosa potrebbe finalmente cambiare.

Microsoft ascolta gli utenti (e l’Europa)

Negli ultimi mesi Microsoft ha iniziato a testare una serie di modifiche che permettono agli utenti di avere un controllo maggiore sulla ricerca integrata di Windows 11. In particolare, alcune versioni di prova consentono di disattivare i risultati web forniti da Bing, lasciando spazio soltanto a file, applicazioni e impostazioni locali.

La novità nasce soprattutto dall’esigenza di rispettare le normative europee sul mercato digitale, che chiedono alle grandi aziende tecnologiche di offrire maggiore libertà di scelta agli utenti.

Perché gli utenti di Win 11 vogliono eliminare Bing?

Il motivo è molto semplice: velocità.

Quando si apre il menu Start di Windows 11, la maggior parte delle persone vuole trovare rapidamente:

  • un programma;
  • un documento;
  • una cartella;
  • un’impostazione di sistema.

L’integrazione di Bing aggiunge invece risultati online che spesso non sono pertinenti e finiscono per rallentare l’esperienza utente. Molti utenti considerano questa funzione più una distrazione che un vantaggio.

Un Win 11 più pulito e veloce

La possibilità di disattivare Bing rappresenta un piccolo cambiamento che però può migliorare notevolmente l’esperienza quotidiana.

I vantaggi principali includono:

Ricerca più veloce

Il sistema non deve interrogare servizi online per ogni ricerca.

Risultati più pertinenti

Vengono mostrati principalmente file, applicazioni e impostazioni presenti sul computer.

Maggiore privacy

Meno ricerche inviate ai servizi online significa anche una gestione più controllata dei dati personali.

Esperienza meno invasiva

Molti utenti preferiscono un sistema operativo che non promuova continuamente servizi aggiuntivi.

Quando arriverà la novità?

Al momento Microsoft sta distribuendo gradualmente queste funzionalità nei programmi Insider e nelle versioni dedicate ai paesi dello Spazio Economico Europeo. Alcuni report indicano che la possibilità di disattivare completamente i risultati web di Bing potrebbe arrivare in maniera più estesa nel corso dei prossimi aggiornamenti di Windows 11.

Windows 11 sta finalmente maturando

Negli ultimi anni Microsoft ha investito molto in intelligenza artificiale, Copilot e servizi cloud. Tuttavia gli utenti continuano a chiedere una cosa molto semplice: un sistema operativo veloce, pulito e personalizzabile.

La possibilità di gestire in modo più libero l’integrazione con Bing va esattamente in questa direzione.

Per chi utilizza Win, Win 11 o Windows 11 tutti i giorni, potrebbe sembrare una piccola modifica. In realtà è uno dei cambiamenti più richiesti dalla community e potrebbe rendere il menu Start molto più utile e meno dispersivo.

La separazione tra ricerca locale e risultati web è una delle novità più interessanti in arrivo per Windows 11. Microsoft sembra finalmente pronta a concedere agli utenti una maggiore libertà di scelta, riducendo la dipendenza da Bing e migliorando l’esperienza generale del sistema operativo.

Una scelta che molti utenti di Win 11 aspettavano da anni

L’email marketing continua a essere uno dei canali digitali più efficaci per comunicare con clienti e potenziali clienti. Nonostante la crescita dei social network e delle piattaforme di messaggistica, l’email rimane uno strumento diretto, professionale e con un elevato ritorno sull’investimento.

Cos’è l’email marketing

L’email marketing consiste nell’invio di comunicazioni commerciali, informative o promozionali tramite posta elettronica a una lista di contatti che hanno espresso interesse verso un’azienda, un prodotto o un servizio.

Può essere utilizzato per:

  • Promuovere prodotti e servizi
  • Informare i clienti su novità e aggiornamenti
  • Fidelizzare il pubblico
  • Recuperare carrelli abbandonati
  • Generare nuove vendite
  • Rafforzare il rapporto con i clienti

I vantaggi dell’email marketing

Comunicazione diretta

A differenza dei social media, dove gli algoritmi limitano la visibilità dei contenuti, le email arrivano direttamente nella casella di posta del destinatario.

Costi contenuti

Le campagne email hanno costi relativamente bassi rispetto ad altre forme di pubblicità online e permettono di raggiungere migliaia di persone con un investimento ridotto.

Elevato ritorno sull’investimento

Secondo numerose ricerche di settore, l’email marketing continua a essere uno dei canali con il miglior ROI, consentendo alle aziende di ottenere risultati concreti in termini di vendite e conversioni.

Personalizzazione

Le moderne piattaforme consentono di segmentare il pubblico e inviare contenuti personalizzati in base agli interessi, al comportamento e allo storico degli acquisti.

Email marketing e fidelizzazione

Acquisire un nuovo cliente costa generalmente più che mantenere un cliente esistente. Per questo motivo le newsletter e le automazioni email rappresentano uno strumento fondamentale per mantenere viva la relazione con il proprio pubblico.

Attraverso comunicazioni regolari è possibile:

  • Aumentare la fiducia nel brand
  • Incentivare acquisti ripetuti
  • Comunicare offerte esclusive
  • Presentare nuovi prodotti
  • Migliorare la soddisfazione dei clienti

Automazione delle campagne

Le piattaforme moderne consentono di automatizzare molte attività, tra cui:

  • Email di benvenuto
  • Conferme d’ordine
  • Recupero carrelli abbandonati
  • Follow-up post vendita
  • Richieste di recensioni
  • Promozioni personalizzate

Queste automazioni lavorano in modo continuo, permettendo di mantenere il contatto con il cliente senza interventi manuali.

L’importanza per e-commerce e aziende

Per gli e-commerce, l’email marketing rappresenta uno strumento indispensabile per aumentare le vendite e migliorare la fidelizzazione. Anche aziende, professionisti e attività locali possono beneficiare di campagne mirate per mantenere aggiornati i clienti e generare nuove opportunità commerciali.

L’email marketing è ancora oggi una delle strategie digitali più efficaci per comunicare con il proprio pubblico, aumentare le conversioni e costruire relazioni durature con i clienti. Investire in una strategia email ben strutturata significa creare un canale di comunicazione diretto, misurabile e altamente performante

Google aggiorna i Termini di Servizio di Merchant Center

A partire dal 15 giugno 2026, Google introdurrà una nuova versione dei Termini di Servizio di Merchant Center. Tutti i commercianti che continueranno a utilizzare la piattaforma dopo tale data accetteranno automaticamente le nuove condizioni.

L’aggiornamento riguarda principalmente tre aree:

  • Maggiore chiarezza sull’invio dei contenuti e dei prodotti.
  • Nuove regole sul trattamento dei dati.
  • Utilizzo delle email pubbliche per attività di marketing e contatto con i clienti.

Per chi utilizza Google Shopping, Performance Max, annunci prodotto e schede gratuite, si tratta di un cambiamento da analizzare con attenzione.

Cos’è Merchant Center e perché è importante

Merchant Center è la piattaforma Google che permette agli eCommerce di caricare il proprio catalogo prodotti e renderlo disponibile su:

  • Google Shopping
  • Ricerca Google
  • Google Immagini
  • Performance Max
  • Schede prodotto gratuite
  • Ecosistema commerciale di Google

Negli ultimi anni Merchant Center è diventato il cuore della strategia pubblicitaria di moltissimi negozi online italiani.

Prima novità: requisiti più chiari per i contenuti dei prodotti

Google ha dichiarato di voler rendere più trasparenti i requisiti necessari affinché i prodotti possano essere mostrati sulle proprie piattaforme.

Questo significa che i commercianti dovranno prestare ancora più attenzione a:

Titoli prodotto

I titoli dovranno descrivere chiaramente il prodotto senza elementi fuorvianti.

Descrizioni

Le descrizioni dovranno essere coerenti con il prodotto realmente venduto.

Immagini

Le immagini dovranno rispettare gli standard qualitativi richiesti da Google.

Prezzi e disponibilità

Le informazioni presenti nel feed dovranno corrispondere esattamente a quelle presenti sul sito.

Per gli eCommerce italiani questa non è una novità assoluta, ma Google sta formalizzando meglio i requisiti per ridurre contestazioni e sospensioni degli account.

Seconda novità: nuove regole sul trattamento dei dati

Uno degli aspetti più interessanti riguarda il trattamento dei dati.

Google ha aggiunto clausole che permetteranno di applicare i termini anche a futuri prodotti, servizi e funzionalità che potrebbero essere introdotti successivamente.

In pratica:

  • I dati caricati su Merchant Center potrebbero essere utilizzati da nuove funzionalità future.
  • Le condizioni diventano più estese rispetto al passato.
  • L’ecosistema Merchant Center sarà sempre più integrato con strumenti basati sull’intelligenza artificiale.

Questo punto è particolarmente rilevante per le aziende italiane che gestiscono:

  • listini riservati;
  • cataloghi proprietari;
  • contenuti esclusivi;
  • fotografie professionali dei prodotti.

Terza novità: email pubbliche e marketing

Un’altra modifica riguarda le email pubblicamente disponibili.

Google specifica che potrà utilizzare indirizzi email reperibili pubblicamente per aiutare i commercianti a raggiungere i clienti attraverso le proprie piattaforme e funzionalità commerciali.

Per le aziende italiane questo significa che è opportuno verificare:

  • indirizzi email pubblicati sul sito;
  • indirizzi presenti nei contatti aziendali;
  • caselle utilizzate per assistenza e marketing.

L’obiettivo dichiarato è migliorare le opportunità di contatto e comunicazione commerciale.

Cosa cambia per le aziende italiane

Dal punto di vista pratico, per la maggior parte degli eCommerce italiani non sarà necessario effettuare modifiche immediate.

Tuttavia è consigliabile:

Controllare il feed prodotti

Verificare che titoli, descrizioni, prezzi e immagini siano aggiornati.

Aggiornare i contatti aziendali

Controllare le email pubbliche presenti sul sito.

Verificare le policy privacy

Accertarsi che siano coerenti con l’utilizzo degli strumenti Google.

Monitorare Merchant Center

Controllare frequentemente la sezione “Richiede attenzione” per evitare problemi di conformità.

Merchant Center e Intelligenza Artificiale: la direzione di Google

L’aggiornamento dei termini si inserisce in una strategia più ampia.

Negli ultimi mesi Google ha ampliato le funzionalità AI all’interno del nuovo Merchant Center, introducendo strumenti per:

  • generazione immagini;
  • miglioramento immagini prodotto;
  • contenuti assistiti dall’intelligenza artificiale;
  • nuove superfici di vendita e scoperta prodotti.

Molti osservatori ritengono che le nuove condizioni siano state pensate proprio per supportare questa evoluzione dell’ecosistema commerciale di Google.

Cosa fare prima del 15 giugno 2026

Per evitare problemi è consigliabile:

  1. Leggere attentamente i nuovi Termini di Servizio.
  2. Controllare il catalogo prodotti.
  3. Aggiornare i dati aziendali.
  4. Verificare la conformità delle immagini.
  5. Monitorare eventuali notifiche all’interno di Merchant Center.

Link utili

L’aggiornamento dei Termini di Servizio di Merchant Center previsto per il 15 giugno 2026 rappresenta un passaggio importante per tutti gli eCommerce che utilizzano Google Shopping e gli strumenti pubblicitari di Google.

Le modifiche non rivoluzionano il funzionamento della piattaforma, ma introducono maggiore chiarezza sui contenuti dei prodotti, ampliano le regole sul trattamento dei dati e forniscono nuove informazioni sull’utilizzo delle email pubbliche.

Per le aziende italiane la scelta migliore è prepararsi in anticipo, verificando feed, dati aziendali e conformità del catalogo, così da continuare a sfruttare al meglio le opportunità offerte da Merchant Center.

Se hai aperto il pannello di amministrazione del tuo sito negli ultimi giorni, probabilmente hai visto lui: WordPress 7.0.

E no, questa volta non si tratta del classico aggiornamento con due pulsanti spostati, tre bug corretti e una frase tipo “migliorata l’esperienza utente”. Questa release è stata una delle più discusse degli ultimi anni e ha portato migliaia di amministratori, sviluppatori e agenzie ad aggiornare immediatamente i propri siti WordPress.

Anzi, in molti casi l’aggiornamento è arrivato quasi automaticamente, trasformando WordPress 7.0 nell’argomento più chiacchierato tra chi vive di plugin, temi, cache da svuotare e backup fatti alle tre di notte.

Perché WordPress 7.0 era così atteso?

La risposta è semplice: WordPress 7.0 non è un aggiornamento qualsiasi.

Dopo anni di evoluzione della piattaforma, WordPress ha deciso di fare un salto importante introducendo nuove tecnologie, una gestione più moderna dell’area amministrativa e soprattutto le prime vere basi per l’intelligenza artificiale integrata direttamente nel CMS.

Per chi utilizza WordPress ogni giorno significa una cosa sola: meno plugin inutili, più funzioni native e una piattaforma pronta per il futuro.

Il giorno in cui mezzo internet ha iniziato ad aggiornarsi

La release ufficiale di WordPress 7.0 è arrivata il 20 maggio 2026 dopo un rinvio che aveva fatto discutere parecchio la community. Il team di sviluppo ha preferito rallentare il rilascio per garantire maggiore stabilità e prestazioni migliori.

Tradotto in linguaggio umano:

“Ragazzi, questa versione è grossa. Meglio aspettare qualche settimana piuttosto che vedere esplodere milioni di siti.”

Una scelta che, sinceramente, ha evitato parecchi mal di testa.

Quando il pulsante di aggiornamento è comparso nelle dashboard, tantissimi siti WordPress hanno iniziato a passare alla nuova versione quasi in contemporanea. Hosting, agenzie e webmaster hanno passato giorni a controllare plugin, temi e compatibilità come se stessero preparando il lancio di un razzo spaziale.

La vera novità: l’AI entra in WordPress

La parola magica del 2026 è ovviamente AI.

E WordPress non è rimasto a guardare.

Con WordPress 7.0 arrivano le basi per integrare sistemi di intelligenza artificiale direttamente nella piattaforma grazie a nuove API e sistemi chiamati AI Client e Abilities API.

In pratica WordPress potrà dialogare in modo più intelligente con strumenti AI, plugin avanzati e servizi esterni.

No, il tuo sito non inizierà a scrivere articoli da solo mentre sei al mare.

Almeno per ora.

Però gli sviluppatori hanno finalmente una struttura ufficiale su cui costruire strumenti molto più potenti.

Dashboard nuova, aria nuova

Diciamolo chiaramente.

La vecchia amministrazione di WordPress iniziava ad avere l’età di alcune utilitarie usate.

Con WordPress 7.0 arriva un importante rinnovamento dell’interfaccia amministrativa attraverso il sistema DataViews, pensato per rendere la gestione di articoli, pagine e contenuti più veloce e moderna.

Il risultato?

Meno sensazione da software del 2008.

Più sensazione da piattaforma moderna.

Aggiornare subito oppure aspettare?

La classica domanda che compare ogni volta che esce una nuova versione di WordPress.

La risposta è sempre la stessa:

Se hai un sito semplice, ben mantenuto e con plugin aggiornati, WordPress 7.0 rappresenta un aggiornamento molto interessante.

Se invece il tuo sito utilizza plugin sviluppati nel 2014 da un cugino dell’amico del fratello del commercialista, forse conviene fare un test prima.

Molti professionisti consigliano infatti di verificare prima compatibilità di tema, plugin personalizzati e versione PHP utilizzata dal server.

Perché WordPress 7.0 potrebbe cambiare il futuro della piattaforma

Molti aggiornamenti WordPress migliorano quello che esiste già.

WordPress 7.0 invece prova a preparare il terreno per ciò che arriverà nei prossimi anni.

Intelligenza artificiale, gestione avanzata dei contenuti, editor più intelligente, strumenti di collaborazione e una dashboard finalmente più moderna rappresentano un cambio di direzione importante per l’intero ecosistema WordPress.

E considerando che oltre il 40% dei siti web utilizza WordPress, quando WordPress cambia, cambia una buona fetta di internet.

WordPress 7.0 non è soltanto un aggiornamento

È uno di quei rilasci che fanno parlare sviluppatori, agenzie, creator e proprietari di siti per settimane.

Tra AI, nuova amministrazione, miglioramenti al sistema editoriale e una forte attenzione alle performance, WordPress 7.0 rappresenta probabilmente uno degli aggiornamenti più importanti degli ultimi anni.

E adesso la vera domanda è una sola:

Hai già fatto il backup prima di cliccare su “Aggiorna adesso” oppure stai vivendo pericolosamente?

 

Google chiude la class action con un accordo milionario

Google ha raggiunto un accordo da 50 milioni di dollari per chiudere una class action avviata da migliaia di dipendenti afroamericani che accusavano il colosso tecnologico di pratiche discriminatorie sistemiche sul posto di lavoro.

La causa riguardava presunte disparità nelle assunzioni, negli stipendi e nelle opportunità di avanzamento di carriera all’interno dell’azienda. Il caso è stato seguito dal tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Nord della California, che ha approvato definitivamente l’intesa.

Le accuse contro Google

La class action era partita nel 2022 dopo la denuncia dell’ex dipendente April Curley, che aveva accusato Google di mantenere una cultura aziendale discriminatoria nei confronti dei lavoratori afroamericani.

Secondo le accuse, molti dipendenti neri sarebbero stati inseriti in posizioni inferiori rispetto alle loro qualifiche reali, ricevendo salari più bassi e minori possibilità di crescita professionale rispetto ai colleghi.

Nel corso della causa, altri ex dipendenti si sono uniti all’azione legale, rafforzando le accuse di disparità razziali sistemiche all’interno dell’azienda.

I numeri della controversia

Tra i dati citati nella causa emergeva che nel 2014 Google contava oltre 32 mila dipendenti, ma solo una piccola percentuale era composta da lavoratori afroamericani. Negli anni successivi l’azienda aveva aumentato la presenza di dipendenti neri, ma secondo i ricorrenti le differenze salariali e professionali sarebbero rimaste evidenti.

L’accordo raggiunto non rappresenta un’ammissione ufficiale di responsabilità da parte di Google, ma pone fine al contenzioso legale iniziato diversi anni fa.

Le reazioni

L’avvocato per i diritti civili Ben Crump, coinvolto nella causa, ha definito l’accordo un passo importante contro le discriminazioni nel settore tecnologico. Secondo i legali dei dipendenti, il caso potrebbe spingere altre aziende tech a rivedere le proprie politiche interne su inclusione, stipendi e avanzamenti di carriera.

La vicenda ha riacceso il dibattito internazionale sul tema della diversità nelle grandi aziende tecnologiche e sulle differenze di trattamento denunciate da molti lavoratori negli ultimi anni.